Economia a Nordest: la luce in fondo al tunnel



Qualcuno la chiama ripresa, qualcun altro ripresina. E’ quel segno, seppur timido, che stiamo ripartendo. Il Nord-est ha riacceso i motori. Adesso si tratta di capire se funzionano, se resistono, quanto corrono. Stefano Micelli, docente del dipartimento di management del “Cà Foscari”, in dialogo con Michela Del Piero e Chiara Mio, rispettivamente la presidente della “Banca di Cividale” l’una e professoressa di management e presidente di “FriulAdria” l’altra, offrono al pubblico di Pordenonelegge le loro riflessioni.



Sono le esportazioni a trainare la ripresa, pare. La percentuale del Nord-est è superiore a quella nazionale, ma l’obiettivo europeo è puntare al 45%. La forbice tra chi và bene e chi và male si sta allargando sempre di più, con un crescente risentimento da parte di chi ha sofferto maggiormente la recente pesantissima crisi che stiamo iniziando solo adesso a superare. Forse.



I paradigmi stanno cambiando, stiamo entrando totalmente nel mondo di internet, delle connessioni internazionali. Il Nord-est sta affrontando due aspetti critici, dati da una demografia che parla di un popolo dal crescente invecchiamento, con un rapporto di più di due anziani per ogni giovane al di sotto dei 16 anni, e una attrattività in discesa, incapace di riportare a casa i giovani, dei quali almeno il 25% laureato, che lascia la terra nativa per l’estero. In parole povere, esportiamo capitale umano di alta qualità che, nonostante i primi segnali positivi, non crede in concrete possibilità capaci di eguagliare il dinamismo, l’effervescenza, la consistenza di vite e stipendi esteri rispetto a quelli della madrepatria. Ed infine non si può non considerare la rivoluzione tecnologica e finanziaria in atto.

Ma le cose stanno funzionando davvero?



“La comunità deve abituarsi a vivere con meno”, avverte Chiara Mio. “L’aumento del PIL c’è, ma non è sufficiente per creare nuovi posti di lavoro. Nella nostra regione la meccanica sta andando molto bene, altri settori sono fermi.”

“Non è una questione di dimensioni dell’impresa”, precisa, “il mobile sta arrancando, ma in Italia mancano 4 o 5 milioni di posti di lavoro, con la disoccupazione i problemi dei ceti medi si acuiscono, e così si subisce una regressione socio-politica”. “In tutto questo”, continua, “il grande assente oggi è la politica, non intesa quella partitica ma istituzionale. E’ pericoloso che io, Presidente di banca, non riceva mai disegni futuri dai miei interlocutori politici, così è l’economia a guidare la politica e non il contrario come dovrebbe essere per l’interesse della collettività”.



“Confermo”, sostiene Michela Del Piero. “Manca la politica, ma anche le associazioni di categoria hanno perso il loro senso, non c’è sinergia tra Università e mondo del lavoro, non c’è incrocio di domanda e offerta lavorativa”. “Per quel che riguarda la ripresa”, aggiunge, “c’è, ma è timida e lenta. I consumi riprendono, le famiglie fanno mutui e comprano case. E’ un fenomeno a macchia di leopardo. Ma non è per tutti così. Alcune aziende stanno andando benissimo, altre non capiscono perché non riescono a cavalcare il periodo favorevole. Questo mi preoccupa. Le banche non possono elargire credito laddove non ci sono i presupposti per farlo”.



Le voci delle due “colleghe” (“i veri competitor sono Paypal e Google, mica ci consideriamo concorrenti tra di noi!”) si fanno unanimi nell’indicare se non la ricetta, quantomeno l’impostazione di vedute per il futuro. “Oltre all’intervento necessario della politica già ribadito, dobbiamo attrarre investimenti. Come? Con programmi innovativi, scuole, università, con personale formato e competente, perché la differenza la fa sempre il capitale umano. Ci vuole un grande programma per riportare a casa gli italiani che ricoprono ruoli manageriali all’estero. E poi ci vuole determinazione, resistenza, un po’ di coraggio a questi giovani, nella storia dell’umanità mai nessuno ha regalato i propri privilegi, le conquiste si fanno lottando!”

 

SP



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